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Piazza Navona

Piazza Navona, ai tempi dell’antica Roma, era lo Stadio di Domiziano che fu fatto costruire dall’imperatore Domiziano nell’85 D.C. e nel III secolo fu restaurato da Alessandro Severo. Era lungo 276 metri, largo 106 e poteva ospitare 30.000 spettatori. Lo stadio era riccamente decorato con alcune statue, una delle quali è quella di Pasquino (forse una copia di un gruppo ellenistico pergameno che si presume rappresentante Menelao che sorregge il corpo di Patroclo), ora nell’omonima piazza di fianco a Piazza Navona.

Poiché era uno stadio e non un circo, non c’erano i carceres (i cancelli da cui uscivano i cavalli da corsa) né la spina (il muro divisorio intorno a cui correvano i cavalli) come ad esempio il Circo Massimo, ma era tutto libero ed utilizzato per le gare degli atleti. L’obelisco che ora è al centro della piazza non si trovava lì, ma viene dal circo Massenzio, che era sulla via Appia.
Il nome della piazza era originariamente “in Agone”(dal greco agones, “giochi”) poiché lo stadio era usato solo ed esclusivamente per le gare di atletica. Non è assolutamente vero che piazza Navona veniva usata per le battaglie navali: si tratta di una leggenda metropolitana generata dal fatto che la piazza veniva allagata solitamente nel mese di agosto per lenire il caldo; anticamente la piazza era concava, si bloccavano le chiusure delle tre fontane e l’acqua usciva in modo da allagare la piazza. Tra il 1810 ed il 1839 nella piazza si tennero le corse al fantino, ossia corse di cavalli montati (che però non avevano parentela con le più famose corse dei barberi di Via del Corso).

Pantheon

Il primo Pantheon fu fatto costruire nel 27-25 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, amico e genero di Augusto, nel quadro della monumentalizzazione del Campo Marzio, affidandone la realizzazione a Lucio Cocceio Aucto. Esso sorgeva infatti fra i Saepta Iulia e la basilica di Nettuno, fatti erigere a spese dello stesso Agrippa.

L’iscrizione originale di dedica dell’edificio, riportata sulla successiva ricostruzione di epoca adrianea, recita: M•AGRIPPA•L•F•COS•TERTIVM•FECIT, ossia Marcus Agrippa, Lucii filius, consul tertium fecit, “Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta, edificò” il terzo consolato di Agrippa risale appunto all’anno 27 a.C. Tuttavia Cassio Dione Cocceiano lo elenca con la basilica di Nettuno e il Gymnasium Laconiano tra le opere di Agrippa terminate nel 25 a.C. Dai resti rinvenuti a circa 2,50 metri sotto l’edificio alla fine del XIX secolo, si sa che questo primo tempio era di pianta rettangolare (metri 43,76×19,82) con cella disposta trasversalmente, più larga che lunga (come il tempio della Concordia nel Foro Romano e il piccolo tempio di Veiove sul Campidoglio), costruito in blocchi di travertino rivestiti da lastre di marmo. L’edificio era rivolto verso sud, in senso opposto alla ricostruzione adrianea, preceduto da un pronao sul lato lungo che misurava in larghezza 21,26 metri. Davanti ad esso si trovava un’area scoperta circolare, una sorta di piazza che separava il tempio dalla basilica di Nettuno, recintata da un muretto in opera reticolata e con pavimento in lastre di travertino. Sopra queste lastre ne vennero poi posate altre di marmo, forse durante il restauro domizianeo.
L’edificio di Agrippa aveva comunque l’asse centrale che coincideva con quello dell’edificio più recente e la larghezza della cella era uguale al diametro interno della rotonda. L’intera profondità dell’edificio augusteo coincide inoltre con la profondità del pronao adrianeo. Dalle fonti sappiamo che i capitelli erano realizzati in bronzo e che la decorazione comprendeva delle cariatidi e statue frontonali. Il tempio si affacciava su una piazza (ora occupata dalla rotonda adrianea) limitata sul lato opposto dalla basilica di Nettuno. L’iscrizione di Agrippa, ricollocata da Adriano Cassio Dione Cocceiano afferma che il “Pantheon” aveva questo nome forse perché accoglieva le statue di molte divinità o più probabilmente perché la cupola della costruzione richiamava la volta celeste (e quindi le sette divinità planetarie), e che l’intenzione di Agrippa era stata quella di creare un luogo di culto dinastico, dedicato agli dei protettori della Gens Iulia (Marte e Venere), e dove fosse collocata una statua di Ottaviano Augusto, da cui l’edificio avrebbe derivato il nome. Essendosi l’imperatore opposto ad entrambe le cose, Agrippa fece porre all’interno una statua del Divo Giulio, (ossia di Cesare divinizzato) e, all’esterno, nel pronao, una di Ottaviano e una di sé stesso, a celebrazione della loro amicizia e del proprio zelo per il bene pubblico[6]. L’edificio venne decorato dall’artista neoattico Diogenes di Atene. Distrutto dal fuoco nell’80[9], venne restaurato sotto Domiziano, ma subì una seconda distruzione sotto Traiano.

Sotto Adriano l’edificio venne interamente ricostruito. I bolli laterizi (marchi di fabbrica annuali sui mattoni) appartengono agli anni 115-127 e si può ipotizzare che il tempio fosse stato inaugurato dall’imperatore durante la sua permanenza nella capitale tra il 125 e il 128. Secondo alcuni il progetto, redatto subito dopo la distruzione dell’edificio precedente in epoca traianea, sarebbe attribuibile all’architetto Apollodoro di Damasco.
Rispetto all’edificio precedente fu invertito l’orientamento, con l’affaccio verso nord. Il grande pronao e la struttura di collegamento con la cella occupavano l’intero spazio del precedente tempio, mentre la rotonda venne costruita quasi facendola coincidere con la piazza augustea circolare recintata che divideva il Pantheon dalla basilica di Nettuno. Il tempio era preceduto da una piazza porticata su tre lati e pavimentata con lastre di travertino. L’edificio è costituito da un pronao collegato ad un’ampia cella rotonda per mezzo di una struttura rettangolare intermedia.

santa maria della pace

Santa Maria della Pace è una chiesa di Roma che si trova nell’omonima piazza nel rione Ponte, non distante da piazza Navona. In precedenza sul luogo esisteva una cappella intitolata a Sant’Andrea de Aquaricariis. Nel 1482, in base ad un voto di papa Sisto IV sulle fondazioni della cappella fu edificata una chiesa dedicata a Maria per ricordare un evento miracoloso per cui un’immagine della Vergine avrebbe sanguinato in questo luogo. Sisto IV fu colpito dell’evento e fece il voto che se la congiura dei Pazzi, in cui era in qualche modo coinvolto, non avesse portato alla guerra che si temeva, avrebbe fatto costruire in questo luogo una grande chiesa dedicata alla Madonna. L’autore di questo nuovo progetto non è noto: si pensa a Baccio Pontelli o a Meo del Caprino od ad entrambi. Nel 1611 furono rifatti, ampliando la volumetria della chiesa, la tribuna e l’altare maggiore, a cura e spese della famiglia Rivaldi, che si assicurò in questo modo un’imponente cripta sepolcrale ai piedi dell’altare. Nel 1656-1667 papa Alessandro VII fece restaurare l’edificio da Pietro da Cortona, che aggiunse la famosa facciata barocca che si spinge in avanti tra le ali concave: questa facciata, che voleva simulare un palcoscenico teatrale, ha due ordini ed è preceduta da un pronao semi-circolare sostenuto da colonne tuscaniche binate. La chiesa si spinge in avanti riempiendo quasi completamente lo spazio della piccola piazza che la precede; molte case furono demolite da Pietro da Cortona per creare questo spazio trapezoidale asimmetrico, che, col suo aspetto unitario intensamente plasmato, si pone tra le principali realizzazioni del barocco romano. Un elemento di spicco della chiesa è il chiostro del Bramante (1500-1504), costruito dal Bramante per il cardinale Oliviero Carafa. Rappresenta una delle opere più importanti del Rinascimento cinquecentesco e fu tra le prime opere romane progettate da Bramante. Il chiostro è sede di mostre d’arte temporanee.

Chiesa di Santa Maria dell'Anima 1

 

Santa Maria dell’Anima è una delle chiese di Roma. Fondata nel XIV secolo come oratorio dell’ospizio dei tedeschi, da secoli è la chiesa nazionale della comunità tedesca di Roma (Kirche der deutschsprachigen katholischen Gemeinde in Rom). Fu deciso di ricostruire la chiesa trecentesca in occasione del giubileo del 1500, ma la nuova fu consacrata solo nel 1542. La fondazione di Santa Maria dell’Anima, confraternita guidata dal prevosto Giovanni Burchard (lo stesso del palazzetto del Burcardo a Largo di Torre Argentina), voleva una chiesa nello stile dell’Europa settentrionale, con le navate laterali della stessa altezza di quella centrale. Dello spirito gotico è rimasta in effetti l’altezza dei pilastri che sostengono le quattro campate, la profondità delle 8 cappelle laterali, e anche il campanile (peraltro attribuito al Bramante). La facciata di Andrea Sansovino fu però edificata in stile prettamente rinascimentale italiano e fu completata da Giuliano da Sangallo, e la dedica fu preservata con l’esecuzione di un affresco nella cupola rappresentante la Vergine che salva le anime.

L’istituzione, vera e propria chiesa nazionale dei tedeschi a Roma (che in origine erano costituiti dalle tre comunità tedesca, olandese e fiamminga), si legò sempre più strettamente agli Asburgo d’Austria, la cui aquila bicipite ricorre frequente nel programma figurativo. Le sue entrate erano costituite da elemosine, lasciti testamentari e rendite di proprietà immobiliari nella zona, che costituivano un ingente patrimonio, e venivano affittate preferibilmente a tedeschi. Durante l’occupazione napoleonica Santa Maria dell’Anima fu saccheggiata e la sacrestia utilizzata come stalla. Nel 1859 venne istituito il seminario a fianco alla chiesa, e la fondazione è ancora oggi istituzione pontificia.